Maiolini: "Serve cultura d'impresa contro chi ama distruggere"


il 07 Maggio 2017 - 06:08 9.529

L'INTERVISTA

Maiolini: "Serve cultura d'impresa
contro chi ama distruggere"

"Basta col piagnisteo". Il direttore di Banca Igea indica una via nuova per rilanciare la Sicilia.

PALERMO - “Se esiste una cultura del piagnisteo in Sicilia? Certamente una ‘filosofia della distruzione’. E per superarla esiste un solo modo: ognuno dovrebbe limitarsi a fare, al meglio, la propria parte”. Francesco Maiolini ha un profilo di manager di successo nel campo del credito Dopo l’esperienza in Banca Nuova, la nuova realta' si chiama Banca Igea. 

Quasi una sfida nei confronti di un’Isola troppo incline all’indolenza. Lei ha avvertito in questi anni la tendenza tutta sicula a ‘piangersi addosso’?

“Io ho grande rispetto per chi ‘piange’, o protesta spontaneamente, perché colpito nella propria emotività. Certamente esiste anche un altro pianto: quello di chi pensa, in quel modo, di sollecitare l’intervento di un terzo che risolva i problemi. Ma non è una peculiarità tutta siciliana. Certo, in Sicilia è ancora meno utile e meno produttivo”.

Per quale motivo?

“Perché in Sicilia c’è poco da attendersi dagli altri. Nell’Isola è in atto da qualche anno una trasformazione da un’economia assistita a una economia puramente di mercato. E d’altra parte, non esistono più i mezzi, le risorse di una volta”.

Insomma, è anche inutile chiedere, sperare in un aiuto…

“Credo che oggi si debba guardare oltre, con un altro approccio”.

Quale sarebbe?

“Posso parlare ovviamente sulla base delle esperienze personali: mi è sempre piaciuto molto costruire, creare nuove opportunità. Ma è anche vero che lo sforzo di un imprenditore o di un banchiere che ha capacità e un po’ di fortuna, per consolidarsi e trasformarsi in qualcosa di concreto deve trovare un sistema che guardi davvero allo sviluppo”.

Un sistema che, mi pare di capire, lei non vede in questo momento in Sicilia.

“Prenda Palermo: è tipica di questa città, semmai, la cultura della distruzione. Quando qualcuno costruisce qualcosa di buono, di importante, iniziano a muoversi, ad attivarsi forze che sembra abbiano come unico obiettivo quello di creare complicazioni, ostacoli”.

C’è un retrogusto gattopardesco in questa frase…

“Ma oggi la situazione è cambiata. Una volta si poteva auspicare che tutto rimanesse com’era. Ma se fino a ieri questa immobilità si traduceva nella sopravvivenza, oggi è diverso: se tutto rimane com’è, si affonda. A pensarci bene, però, non tutta la Sicilia è uguale da questo punto di vista”.

In che senso?

“A Palermo molte delle aziende che alcuni anni fa rappresentavano un fiore all’occhiello della città oggi non esistono più. A Catania, invece, è nata una seconda generazione di imprenditori: penso alle famiglie Scaccia, Terranova, Strano. Un ricambio che nel capoluogo invece non è avvenuto. E chi ha provato a fare qualcosa, poco dopo è stato costretto ad andarsene. È quella tendenza all’immobilismo di cui le parlavo”.

Un immobilismo che, però, non può essere considerata una condanna eterna. Esistono dei mezzi per andare oltre, per scuotere l’Isola, per invertire la direzione di marcia?

“Certo che si può. Ma si deve partire necessariamente dalla consapevolezza che ciascuno debba limitarsi a svolgere, nel migliore dei modi, il proprio lavoro. L’imprenditore deve fare l’imprenditore, il giornalista deve fare il giornalista, il magistrato dovrebbe limitarsi a fare il magistrato. Spesso invece assistiamo a cambiamenti incomprensibili: quando una persona inizia a fare bene qualcosa, decide che è il momento di fare altro. Questo, insomma, è il punto di partenza”.

E poi? Cosa serve?

“Sinteticamente direi che servirebbe parlare di meno e lavorare di più. Sarebbe un presupposto fondamentale perché accada tutto il resto. Le imprese infatti si costruiscono con forza, impegno, immaginazione, intuito e costanza. Servono tutti questi elementi. Poi, è necessario anche che l’idea venga tradotta in qualcosa di concreto. Ma se l’idea è buona, i mezzi finanziari per sostenerla si trovano”.

Anche in Sicilia?

“Ecco, bisognerebbe sgombrare il campo anche da questa idea: il fatto cioè che nell’Isola nulla di buono possa attecchire. Non è vero. Ma bisogna cambiare mentalità. Troppo spesso qui l’impresa non è stata vista come un’occasione per creare sviluppo, ma come qualcosa di utile per raggiungere altri scopi. Noi invece siamo felici quando possiamo finanziare una nuova, valida iniziativa”.

Per “noi” lei si riferisce alla nuova creatura: Banca Igea. Soddisfatto di questi primi mesi di attività dell’istituto?

“Moltissimo. Questa, appunto, è una spa bancaria nata a Palermo. Non credo ne siano nate moltissime in Europa nell’ultimo periodo. E uno dei motivi di vanto per tutti quelli che hanno creduto al progetto è proprio quello: essere partiti in un momento molto difficile. Ma abbiamo voluto crederci e i fatti ci hanno dato ragione”.

Se ho capito bene, quindi, per superare la cultura del pianto servirebbe una mezza rivoluzione culturale…

“Basterebbe iniziare a discuterne. Sto assistendo in questi giorni ai dibattiti tra i candidati sindaci di Palermo, ad esempio. Ma ogni discussione finisce per aggirare sempre il problema vero: servono oggi dieci, venti nuovi protagonisti del mondo dell’impresa. Servirebbe poi una nuova legge 488 (la legge del ‘92 che garantiva fondi agevolati alle imprese, ndr) che dato un impulso tra gli anni ‘90 e 2000 alla nascita di nuove aziende. In Sicilia , insomma, non manca la politica. Anzi, ce n’è troppa. Servirebbe meno politica e più impresa”.


il 07 Maggio 2017 - 06:08 9.529