"Voglio cambiare per i miei figli" Quando la mafia non finisce mai


il 06 Dicembre 2017 - 06:30 17.588

Palermo

"Voglio cambiare per i miei figli"
Quando la mafia non finisce mai

Storia di Maria, indicata come la 'signora della mafia'. Il blitz e l'arresto.

PALERMO - “Scusate se leggo, ma l'emozione”, disse in aula. Il 25 febbraio 2010 Maria Angela Di Trapani chiese di fare dichiarazioni spontanee al processo in cui sarebbe stata condannata. Smistava gli ordini del marito ergastolano, Salvino Madonia.

Ammetteva i suoi errori e si impegnava a non ripeterli in futuro. Il futuro è adesso. Da ieri Di Trapani è tornata in carcere. I carabinieri del Nucleo investigativo dei carabinieri la piazzano al vertice del clan. Era la “padrona di casa”, la “gran signora” che avrebbe sponsorizzato la nomina di Giovanni Niosi alla guida del mandamento, salvo poi decidere che bisognava “buttarlo” perché aveva violato le regole di Cosa nostra. Convocava i boss nella sua villa di Cinisi per diramare gli ordini sulla gestione della cassa del mandamento. Avrebbe imposto il pagamento di uno “stipendio” minimo ai picciotti. La figura tracciata dagli investigatori non è della stessa persona che sette anni fa, in aula, mostrò segni di ravvedimento. Forse no. Forse le cose non sono mai cambiate. È questo il punto. Le parole di allora suonano come una beffa. Era ed è davvero distorto il suo concetto di famiglia.

“Ma emozione perché? Non penso che il contesto sia così emozionante, anzi”, tagliò corto il giudice Lorenzo Matassa. E Maria Angela Di Trapani prese coraggio: “Vorrei fare alcune dichiarazioni spontanee per cercare di chiarire la mia posizione processuale”. Chiedeva comprensione: “Signor giudice, nel corso di questi mesi di detenzione ho avuto il tempo di riflettere sulle mie azioni, ho maturato la consapevolezza di aver sicuramente agito in maniera sconsiderata, non rendendomi mai conto che così facendo avrei potuto destare dei sospetti sulla mia condotta”.

Mica si erà macchiata di reati gravi perché mafiosa: “Ci tengo però a precisare, con decisione, che tutto quanto da me fatto aveva come unico scopo il sostentamento mio e della mia famiglia. È evidente che la difficile e dolorosa situazione familiare è stata determinante a portarmi ad agire in questo modo, vi chiedo di mettervi per un attimo nei miei panni”.

Tutta colpa del pesante clima che si respirava in casa: “Nella mia famiglia sono tante le persone che hanno avuto problemi con la giustizia e non era per me facile, nella condizione nella quale mi trovavo, rendermi conto che attraverso azioni che ritenevo potessero aiutare i miei congiunti potessi anche io trovarmi all'interno di questi problemi. Solo una volta in carcere, schiacciata da questi fascicoli di accuse che vanno al di là di quello su cui ho sbagliato, ho compreso veramente che avrei dovuto agire in altro modo. Ma, di fronte a quella difficoltà, le pressioni erano tante. Chi vi parla non è 'la figlia di' o 'la cognata di o 'la nuora di'... sono una mamma. Sarà forse una colpa quella di aver creato una famiglia. Ma ho sempre agito trasportata dal cuore... signor giudice vorrei precisare che i colloqui e le telefonate intercorse con i fratelli di mio marito possono sì aver destato forti sospetti circa il mio operato, ma in definitiva tutto quello che veniva detto non faceva seguito alle loro eventuali richieste tranne di cercare di curare l'aspetto economico di mio figlio, il mio unico scopo è sempre stato quello di poter salvaguardare, di rintracciare i pochi averi di mio padre per garantire a mio figlio un sostentamento dignitoso”.

Aveva preso un impegno: “A tal proposito quando i miei avvocati hanno presentato l'istanza per ottenere gli arresti domiciliari ho voluto allegare una lettera in cui affermavo che qualora mi fosse stata concessa la possibilità di uscire dal carcere, mi sarei impegnata ad evitare qualsiasi contatto con tutti i miei congiunti anche epistolari, in questo modo avrei potuto dimostrare a tutti la totale comprensione dei miei errori evitando soprattutto di ripeterli in futuro e per il futuro di mio figlio”.

Era una promessa solenne, pronunciata in un'aula di giustizia: “Come già risulta agli atti riconfermo la mia volontà qualora ottenessi un beneficio, di non avere più contatti di nessun genere con tutti i congiunti detenuti del mio processo onde evitare ulteriori equivoci. Inoltre, a prescindere da tutto questo, intendo mantenere le mie distanze per sempre dai vincoli parentali affinché mio figlio possa crescere lontano da tutte queste situazioni e avere un futuro diverso”. Davvero strana l'idea di famiglia della moglie di Salvino Madonia, il killer di Libero Grassi. Allora il giudice Matassa non diede credito alle sue parole e la condannò. Una condanna che resse fino in Cassazione.


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