L'avverbio 'soltanto' e il tempo del carcere


il 25 Marzo 2018 - 08:13

Manovra a Tinaglia

L'avverbio 'soltanto'
e il tempo del carcere

Che c'entrano la giustizia e la grammatica nello stesso discorso? Basta leggere qui per capirlo.

Da qualche anno è in corso una sacrosanta battaglia sull’uso improprio dell’avverbio “piuttosto”. Sono in molti a sostenerla.

Non mi pare che stia avendo molto successo, almeno a giudicare dal quotidiano scempio che, di questo avverbio, fanno anche autorevoli opinionisti. Io, invece, conduco una personalissima e solitaria battaglia sull’uso dell’avverbio “soltanto”. Ricorre spesso quando la cronaca giudiziaria ci racconta di condanne inflitte dai Tribunali della penisola agli autori dei più svariati delitti. Espressioni come “gli hanno dato soltanto 12 anni”, sono più che ricorrenti. Il dato numerico naturalmente è una variabile. La costante è rappresentata proprio dall’avverbio “soltanto” (nelle sue varie declinazioni, “solo”, “appena”) spesso accompagnato da un moto di indignazione o disappunto. Lo si usa, pensate, anche in caso di condanne a 20 o 30 anni, quelle che riguardano crimini che, per la loro efferatezza, toccano le corde della coscienza collettiva.

Eppure, senza dovere scomodare la teoria della relatività, la fisiologia del cervello o la filosofia di Kant o Sant’Agostino, tutti noi sappiamo che il tempo, quello che è scandito dall’orologio o dal calendario, è cosa del tutto diversa da quello percepito dal singolo individuo. Un minuto è un minuto, sessanta secondi, e su questo non ci piove. E’ la sua percezione che marca la differenza. Una cosa è un minuto trascorso, poniamo, con Belen (ma perché mi viene in mente proprio lei?) o con Brad Pitt (tanto per non fare disparità) , altra cosa è un minuto trascorso con la mano sotto il ferro da stiro.

Dico questo per evidenziare che il carcere è una dura realtà. Intendiamoci: chi ha sbagliato è giusto che paghi, ma è bene che si sappia che il carcere annienta l’individuo e lì, in carcere, il tempo viene percepito solo col senso del lungo termine. Insomma, ha una dimensione che ferma le lancette dell’orologio, e che noi liberi non riusciamo neppure lontanamente ad immaginare.

Guardate che il mio non è affatto un discorso “garantista”, cosa che, di questi tempi, potrebbe risultare maledettamente urticante. Anzi, se ci pensate, rimarcare che quegli anni, 8-10-12 o 30 che siano, hanno una spaventosa valenza afflittiva e rappresentano, per chi deve scontarli, qualcosa di molto simile all’eternità, è cosa che può anche avere un effetto socialmente appagante , o vagamente consolatorio. Il fatto è che noi “liberi”, rassicurati dai nostri saldi principi morali, siamo portati a pensare al carcere come ad un qualcosa che non ci appartiene e che, semmai, riguarda solo gli altri. In realtà, finire in carcere, è cosa che rientra nella sfera, non dico del probabile, ma sicuramente del possibile.

Una fatale distrazione alla guida (oggi, con le nuove norme sull’omicidio stradale è così), un diverbio per una mancata precedenza, una rissa in discoteca, una discussione che degenera, un bicchiere di troppo, un embolo che parte e…zac…, ti ritrovi con la mano sotto il ferro da stiro. Io non lo uso mai il soltanto. Non in questi casi. Mi pare incongruo, azzardato. Forse anche grammaticalmente scorretto.


il 25 Marzo 2018 - 08:13