"Lo dico ai responsabili" Il grido della Chiesa


il 05 Maggio 2018 - 19:00

Semaforo russo

"Lo dico ai responsabili"
Il grido della Chiesa

Quel 9 maggio e Papa Wojtyla.

Il cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, in un'intervista su Vatican News ha detto: “Il problema non è come si lotta contro la mafia; il problema è come vivere il Vangelo, perché noi non dobbiamo lottare contro nessuno ma dobbiamo vivere con la Parola di Dio che è luce”. Giuste considerazioni da parte di un pastore d'anime, però attenzione, testimoniare il Vangelo significa pure in certi momenti sapersi indignare, ribellarsi visibilmente al male estremo guardando dritto in faccia i responsabili di lutti e sofferenze, della costante mortificazione di un intero popolo.

La comunità ecclesiale dinanzi al fenomeno mafioso non può non coniugare testimonianza di fede e denuncia sociale, usando la massima fermezza con chi ha scelto la sopraffazione, la violenza, la cultura della morte e con chi, magari rappresentante delle istituzioni e della cosiddetta “società civile”, sia è reso complice di indicibili nefandezze attraverso patti scellerati con Cosa Nostra. Tra pochi giorni sarà celebrato, con una Messa officiata dai vescovi siciliani nello stesso luogo, il venticinquesimo anniversario dell'indimenticabile discorso di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi. Era il 9 maggio del 1993. Rivolto ai mafiosi in carne e ossa, non alla mafia in astratto, il Vicario di Cristo urlò con la collera di un padre che non può sopportare oltre il perseverare nel male di alcuni suoi figli: “Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via e verità, lo dico ai responsabili: convertitevi! una volta verrà il giudizio di Dio!”.


Un duro, inedito anatema. Il Pontefice poco prima aveva visitato i familiari dei giudici Antonino Saetta e Rosario Livatino ammazzati senza pietà dalla criminalità organizzata, incontri che lo avranno ulteriormente convinto della necessità di levare alta la voce contro, sì contro, i mafiosi e le loro opere malvagie chiedendo a boss e picciotti di convertirsi finché in tempo. Erano già stati massacrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino con gli uomini delle scorte; lunga la scia di sangue in quegli anni come del resto lunga era la scia di sangue che accolse Karol Wojtyla a Palermo nel lontano novembre del 1982. Alzeranno la voce pure i suoi successori Benedetto XVI e Francesco con uguale risolutezza, sgombrando definitivamente il campo da ambiguità e reticenze del passato.

Sappiamo bene cosa accadde dopo, sappiamo della reazione rabbiosa dei mafiosi con gli attentati alla Chiesa di San Giorgio al Velabro e presso la Basilica di San Giovanni in Laterano, fino al martirio di padre Pino Puglisi ucciso “in odium fidei”. Non erano abituati a una Chiesa “contro” sebbene ardentemente desiderosa di riaccogliere chi sinceramente pentito e pronto a pagare secondo giustizia, erano piuttosto abituati a incunearsi subdolamente tra le pieghe delle liturgie ricche di incenso e prive di implicazioni personali, nella perversione delle processioni a un tratto ossequiose con tanto di inchino davanti alle abitazioni di capi e gregari della Cupola, nella “religiosità” blasfema delle cappelle nei covi dei latitanti e dei crocifissi al collo di killer e mandanti, nei sodalizi criminali con compiacenti politicanti, sempre in bella mostra nelle funzioni domenicali, in uno sciagurato scambio di voti e favori all'ombra dei campanili.

Nel tentativo, riuscito per decenni, di immaginare e fare immaginare naturale, con la complicità di preti, frati e devoti laici frequentatori di parrocchie e confraternite, il sacrilego sposalizio tra la Croce santa di Cristo e la lupara dannata di Cosa Nostra. Ecco la Chiesa che improvvisamente hanno imparato a temere da quel 9 maggio del 1993, la Chiesa dell'assoluta incompatibilità, apertamente e severamente dichiarata, tra il Vangelo e i “riti” mafiosi consumati tra santini e madonne. I vescovi siciliani hanno preannunciato, per questa ricorrenza, un documento sulla mafia. Sarà certamente un messaggio importante da leggere e ascoltare, un messaggio soprattutto, lo speriamo, che ribadisca ai mafiosi e ai loro compari il senso profondo e irrevocabile di quella storica visita in terra di Sicilia: “Lo dico ai responsabili: convertitevi! una volta verrà il giudizio di Dio!”.

 

 


il 05 Maggio 2018 - 19:00