Società partecipate Da zavorra a risorsa?


il 05 Maggio 2018 - 13:14

Diritti e doveri

Società partecipate
Da zavorra a risorsa?

Spesso emblema di sprechi. Ma si può cambiare.

Le società a partecipazione pubblica, create per offrire servizi efficienti a condizioni più favorevoli di quelle di mercato, sono diventate emblema dello spreco di risorse pubbliche.

In teoria l’utilizzo di modelli organizzativi a carattere aziendalistico e modalità di controllo diverse da quello amministrativo dovrebbe garantire l’economicità e l’efficienza nella gestione, liberandola dall’eccesso di oneri burocratici, mentre il controllo pubblico dovrebbe evitare che l’economicità si realizzi attraverso la riduzione della quantità e qualità delle prestazioni. Invece queste società sono state spesso utilizzate per assumere personale e spendere risorse aggirando i vincoli alle assunzioni e alla spesa delle pubbliche amministrazioni, e per eludere le regole sui concorsi pubblici, sulla concorrenza e sulle procedure di gara. Sono state così create delle vere e proprie zone franche rispetto all’applicazione delle regole fondamentali di buona gestione, che hanno prodotto moltiplicazione degli organici, alti costi di produzione e inadeguati livelli di qualità e quantità delle prestazioni, gestioni in perdita, consistente emorragia di risorse pubbliche.

Molte partecipate si sono rivelate autentiche zavorre per i bilanci pubblici, ed a pagarne il prezzo sono stati soprattutto i cittadini, chiamati a sopportare il costo di imprese spesso inefficienti cui vengono destinate ingenti risorse pubbliche più per la contiguità alla politica che per la capacità di offrire prestazioni migliori a condizioni più vantaggiose del mercato. L’Unione europea ha sollecitato l’Italia a “rimediare alle cause dell’inefficienza delle imprese a partecipazione pubblica e dei servizi pubblici locali”, e negli ultimi anni la legge ha imposto a regioni ed enti locali di eliminare le partecipazioni societarie non indispensabili al perseguimento delle finalità istituzionali e quelle detenute in società che svolgono attività analoghe o similari a quelle svolte da altre partecipate o da enti pubblici, e di contenere i costi di funzionamento.

Inoltre si è cercato di incrementare il livello di efficienza delle società pubbliche attraverso l’imposizione di limiti sempre più stringenti alle assunzioni, meccanismi di gara per l’acquisizione di beni e servizi, ed attraverso l’estensione delle regole sulla spending review, sui concorsi, sulla trasparenza della gestione e dei bilanci e sulla prevenzione della corruzione. Le norme sul cd bilancio consolidato attribuiscono a regioni ed enti locali poteri di indirizzo, monitoraggio e vigilanza che consentono di controllare enti e società partecipati come articolazioni della p.a., e impongono loro di verificare il conseguimento degli obiettivi e l’applicazione delle regole di buona gestione.

Tuttavia in Sicilia la Corte dei conti ha rilevato che “gli enti regionali nel loro insieme e salve alcune eccezioni” costituiscono una “finanza parallela e incontrollata” che, a causa dell’assenza “di un adeguato sistema di monitoraggio della spesa e di rilevazione analitica dei costi, sfugge al controllo ed elude le regole di buona gestione e le norme sulla spending review.

Il piano operativo di razionalizzazione delle società partecipate adottato dalla Regione nel 2015 elude la valutazione sulla strategicità delle partecipazioni, “non consente di conoscere se le risorse erogate dal socio pubblico corrispondano ai costi-standard o a quelli di mercato”, indica “azioni di razionalizzazione che si risolvono nel generico riferimento al contenimento dei costi, senza quantificare i risparmi da conseguire", non prevede “decisioni ed interventi risolutivi”. Non è nemmeno chiaro se la Regione abbia effettivamente considerato tutte le partecipazioni detenute.

Non si sa, insomma, quali partecipazioni servano davvero, se i costi siano giustificati e cosa verrà fatto in concreto per razionalizzare il sistema. Nonostante ciò dal piano emerge una logica di mantenimento “a tutti i costi” e di prosecuzione degli interventi di “soccorso finanziario” indipendentemente dalla strategicità della partecipazione e da serie valutazioni sulle prospettive di risanamento e sulla compatibilità con la normativa statale.

Cosa si dovrebbe fare è risaputo: mantenere le sole partecipazioni effettivamente strategiche e le attività di produzione di beni e servizi “strettamente necessari” che non possono essere affidate al mercato, affidare loro obiettivi precisi e misurabili, guidarne la realizzazione attraverso direttive vincolanti, eliminare duplicazioni e sovrapposizioni con altre società, enti o amministrazioni pubbliche, definire nuovi modelli di business e piani industriali, nominare amministratori capaci ed applicare le regole di responsabilizzazione, contenere i costi attraverso la riorganizzazione degli organi amministrativi e di controllo e delle strutture aziendali, strutturare ed eseguire controlli efficaci sul rispetto degli obiettivi e delle regole di buona gestione.

Trattandosi di società finanziate con risorse dei contribuenti devono essere utilizzate per conseguire gli scopi istituzionali degli enti pubblici partecipanti, sulla base di precisi obiettivi, e rispettare le stesse regole di trasparenza, meritocrazia, ed equilibrio finanziario; i cittadini devono conoscere quanto costano alla collettività e i risultati della gestione, e gli amministratori degli enti pubblici che le controllano devono risponderne.

Solo a queste condizioni le società partecipate potranno diventare uno strumento in grado di fornire a costi ragionevoli servizi e prestazioni che non possono essere affidate al mercato né svolte in maniera efficiente dalla amministrazione pubblica.


il 05 Maggio 2018 - 13:14