La Sicilia e il caso Montante Chi comanda davvero?


il 19 Maggio 2018 - 06:13

SEMAFORO RUSSO

La Sicilia e il caso Montante
Chi comanda davvero?

C'è la cronaca giudiziaria. Ma c'è anche una questione politica.

PALERMO - Ma chi comanda davvero in Sicilia? Chi determina i processi decisionali, le istituzioni democratiche, seppure malandate, o “entità” clandestine? E' questa la domanda che probabilmente il comune cittadino si sta legittimamente ponendo dinanzi all'inchiesta giudiziaria che vede coinvolti l'ex numero uno di Confindustria in Sicilia Antonello Montante, agli arresti domiciliari con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e, tra gli altri, l'ex governatore Rosario Crocetta e l'attuale presidente di Sicindustria Giuseppe Catanzaro.

E' la domanda centrale. Al di là degli aspetti penali che tocca ai magistrati valutare se sussistenti, affermando la presunzione d'innocenza indistintamente per tutti i soggetti raggiunti da provvedimenti giudiziari, leggendo le parti dell'impianto accusatorio dei pm di Caltanissetta rese pubbliche rimane comunque l'interrogativo su come sia stato possibile costruire negli anni – indipendentemente, lo vogliamo ripetere, dalla commissione o meno di reati - un sistema “di governo” parallelo senza che nessuno si accorgesse di nulla nei piani alti dei partiti, del Parlamento siciliano, degli apparati, uffici e organi d'appartenenza degli indagati e della stessa Confindustria.

Un sistema costruito attorno a un personaggio da fondo pagina asceso ai titoli di testa in qualità di paladino anti-racket dedito, secondo l'accusa avanzata dalla Procura nissena, alla raccolta di informazioni pro domo sua e degli amici e a danno di ex amici e avversari. Un intreccio di potere - alimentato sempre secondo l'accusa da appalti, elargizioni di denaro, fughe di notizie pilotate, incarichi e nomine assessoriali - architettato e reso operativo all'ombra del principio di legalità e dell'antimafia teso a influire pesantemente sulla formazione (e poi sull'attività) dei governi regionali dell'ultimo decennio e sulla scelta di chi doveva occupare posti rilevanti nel ricco sottogoverno siciliano.

C'è da chiedersi quali sono le garanzie, se ce ne sono - a questo punto è naturale dubitarne - perché tutto ciò non avvenga nuovamente evitando di scoperchiare la pentola quando la credibilità delle istituzioni è ormai ridotta a una pagliacciata da circo di periferia.

Secondo l'impietoso scenario descritto dai magistrati inquirenti e dal GIP parrebbe di trovarci con Montante al cospetto di un burattinaio capace di intessere troppo facilmente rapporti con poliziotti, finanzieri, carabinieri, agenti segreti, giornalisti, politici, assessori, parlamentari, presidenti della Regione e burocrati per scopi che non possono esaurirsi nell'occasionale scambio di favori dentro il risaputo contesto degenerato della politica siciliana adusa al “do ut des" e al consenso inquinato. Piuttosto inevitabilmente cozziamo, se le accuse saranno comprovate, contro qualcosa di maggiormente pernicioso e inquietante per la tenuta delle istituzioni alle quali non può essere sottratto in alcun caso, attraverso cabine di regia occulte, il controllo democratico sulle dinamiche politiche, sociali ed economiche di una regione di cinque milioni di abitanti afflitta dalla mafia, dal sottosviluppo e da immensi problemi lasciati irrisolti – emergerebbe dalle carte - per agevolare gli interessi economici e non di cerchi magici, potentati e congreghe (per esempio nel campo dei rifiuti e dell'acqua).

Ecco la questione vera, i cui nodi da sciogliere sono contenuti anche, non solo, nell'indagine in corso di cui attendiamo gli esiti, a partire dall'esistenza di altri pupi e pupari, magari ancora nell'ombra, che hanno condizionato e forse condizionano tuttora, nel male, il recente passato e il presente di un intero popolo. A prescindere, paradossalmente più desolante, dalle ipotesi di reato.


il 19 Maggio 2018 - 06:13