Permettete la domanda A che punto è la mafia?


il 27 Maggio 2018 - 11:53

Semaforo russo

Permettete la domanda
A che punto è la mafia?

Una riflessione dopo Capaci. In vista di via D'Amelio.

A che punto siamo con il contrasto a Cosa Nostra, al racket e al pizzo? A che punto siamo nella ricerca della verità piena sulle stragi di mafia? Davvero possiamo ritenere la mafia sconfitta o almeno indebolita come qualcuno pontifica? Forse è il caso di domandarcelo dopo le celebrazioni in ricordo del massacro di Capaci e alla vigilia di via D'Amelio.

Soprattutto, è il caso di domandarcelo dopo avere letto o ascoltato alcuni passaggi degli interventi pubblici di esponenti qualificatissimi delle forze dell'ordine e della magistratura. A proposito dei numerosi misteri sulla stagione stragista il Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato va dritto al cuore del problema: “C’è una parte della storia che è segreta, non è una novità. È inquietante che sulle stragi ci siano tante persone che sanno e che continuano a tacere. Perché? Il processo Borsellino è una summa di tutti i depistaggi della storia italiana”. Parole calibrate, riferite alla lunghissima scia di sangue da Portella della Ginestra a via D'Amelio, che lasciano immaginare un sistema criminale politico-mafioso non ancora decifrato e disarticolato in grado di impedire di accendere la luce sulle troppe pagine buie della nostra storia repubblicana riassunte, ne è convinto Scarpinato, nel processo Borsellino.


Ne è parimenti convinto il pm Nino Di Matteo che all'indomani della conclusione del processo sulla trattativa Stato-mafia disse che c'era stata la conferma che “qualcuno all'interno dello Stato trattava con la mafia e trasmetteva all'interno del governo le richieste dei mafiosi per fermare la strategia stragista...ci vorrebbe un 'pentito di Stato', uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi”.

Uno squarcio, è vero, si è aperto con quel processo e con la sentenza di condanna a carico di boss mafiosi, ufficiali dei carabinieri e di Marcello Dell'Utri, già condannato definitivamente a 7 anni per concorso esterno, ritenuto cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra e il governo Berlusconi, ma si tratta appunto di uno squarcio e di un primo grado.

Dai toni usati da Scarpinato e da Di Matteo non si intravede l'uscita dal tunnel proprio per la ostinata omertà dei soggetti responsabili, alcuni in carcere altri magari dietro le proprie scrivanie nei piani alti degli apparati statali e del potere politico ed economico del Paese, che in un perverso gioco condotto nel tempo di reciproca protezione inibisce a chi sta indagando di raggiungere una ricostruzione fedele degli avvenimenti e delle colpe.

E sul fronte del racket e del pizzo? Il Procuratore della Repubblica di Palermo Francesco Lo Voi a margine di un'operazione dei carabinieri a inizio d'anno con l'arresto di 58 mafiosi nell'agrigentino non usò mezzi termini: “La presenza di Cosa Nostra continua ad essere attuale e vitale...imprenditori e commercianti non riescono a sottrarsi all'imposizione del pizzo. Questo conferma l'effetto intimidatorio che la mafia continua ad avere...parlare della sua sconfitta è decisamente prematuro”. Non meno netto il questore di Palermo Renato Cortese in occasione dei recenti arresti nel quartiere palermitano Noce: "I commercianti non hanno più alibi per non collaborare con le forze dell'ordine. Hanno molti modi per fare arrivare un messaggio di aiuto. La consapevolezza è che le estorsioni ci sono e continuano a controllare i territori".

Non è la prima volta che Cortese mette opportunamente in guardia da precipitosi entusiasmi. Alla fine dell'anno scorso avvertì: “E' sotto gli occhi di tutti che la gente paga e sta zitta. Rispetto a vent'anni fa manca solo un vertice strategico in Cosa Nostra che possa continuare l'attacco allo Stato. Per il resto nulla è cambiato”. Maurizio De Lucia, ora Procuratore della Repubblica a Messina, dovette ammettere: “Nonostante il lavoro delle forze dell'ordine e della Procura di Palermo la mafia mantiene il controllo del territorio con le estorsioni. Non è più paura quella di chi paga ma acquiescenza”.

Altro che mafia indebolita. Giusto, manca un vertice strategico (morti Provenzano e Riina) a quanto pare non sbrigativamente riconducibile al boss latitante Matteo Messina Denaro, ma è puro buon senso non escludere con matematica certezza possibili tentativi di individuare un capo o di ricomporre il classico schema della Cupola. Il nodo comunque intatto della questione è che ancora in troppi pagano il pizzo e non collaborarono. Eppure, non per farla facile, basterebbe unirsi e ribellarsi. Non siamo più ai tempi grigi di Libero Grassi.

Oggi la collettività è generalmente meno disponibile a tollerare la sopraffazione di boss e gregari, seppure il cammino, aiutato dalla meritoria attività di formazione alla legalità nelle scuole, sia lungo e complesso. Dipende esclusivamente dalla costituzione convinta e solidale di un fronte compatto - un'antimafia diffusa dei comuni cittadini che spazzi via l'antimafia taroccata di notabili e finti antimafiosi - da contrapporre allo strapotere sanguinario e parassitario della lupara. La sconfitta della mafia, gira e rigira siamo lì, dipende da noi.


il 27 Maggio 2018 - 11:53