Salvini, il Papa e De Luca Comizi tra preghiere e rosari


il 26 Giugno 2018 - 12:47

LE IDEE

Salvini, il Papa e De Luca
Comizi tra preghiere e rosari

E se la telefonata di Francesco è vera, è la più precipitosa del suo Pontificato.

Salvini che a Milano sventola vangelo e rosario, De Luca che a Messina porta fiori alla Madonna per ringraziarla dell’elezione a sindaco: ci sarebbe da sorridere se non ci fosse, molto prima e più, da riflettere. Dopo la Rivoluzione americana e la Rivoluzione francese nel XVIII secolo, dopo il “libera Chiesa in libero Stato” di Cavour nel XIX secolo, era lecito illudersi di essere usciti dalla dialettica medievale tra Trono e Altare. Ma non è così.

Il potere politico (incarnato da personaggi che, individualmente, possono benissimo essere atei o agnostici) ritiene che il potere religioso (incarnato anch’esso da personaggi sinceri o solo assetati di carriera) possa servire ancora – nonostante la secolarizzazione sociologica – come instrumentum regni . E a sua volta la Chiesa, in evidente difficoltà di consensi presso fasce sempre più ampie di popolazione, può illudersi di recuperare – grazie all’alleanza con lo Stato – l’influenza che va perdendo nella società. Ma è davvero così? Questa logica dell’io-sostengo-te-affinché-tu-possa-sostenere-me funziona?

Basta dare uno sguardo alla storia per rispondere negativamente.

Dall’inizio dell’era costantiniana (IV secolo d. C.) in poi la relazione fra autorità politiche e autorità religiose ha dato luogo a tensioni e controversie più che a pacifiche sinergie. Gli storici hanno dovuto elaborare due categorie apposite per descrivere l’alternarsi di egemonia dell’una o dell’altra istituzione: il “cesaropapismo” (quando Cesare ha voluto fare anche da Papa, governando anche vescovi e preti) e la “teocrazia” o meglio “ierocrazia” (quando il Papa ha voluto fare anche da Cesare, condizionando la legislazione e l’amministrazione degli organismi civili).

Da questa conflittualità a cicli alterni, nonostante alcuni vantaggi immediati, sul lungo periodo a perdere di credibilità sono stati sia il potere politico sia il potere religioso. Gli Stati più legati alla Chiesa cattolica, infatti, sono stati e sono più refrattari ad accogliere le istanze democratiche: hanno fatto muro contro le richieste di maggiori diritti politici e civili da parte dei cittadini, provocando divisioni e malcontenti. Campagne referendarie a proposito di divorzio, interruzione volontaria della gravidanza, riconoscimento delle coppie di fatto, eutanasia si sono trasformate – da legittime occasioni di confronto ideologico – in crociate dove l’ostensione dei simboli e l’urlo degli slogan soverchiavano gli argomenti ragionevoli dall’una e dall’altra parte.

Ma, almeno, la Chiesa cattolica ha guadagnato dalle sue incursioni nel dibattito pubblico e dalla pressione sui partiti conservatori? La storia del Fascismo e del Nazismo ci insegna che, dopo fasi di convergenza, la Chiesa è stata come soffocata dall’abbraccio con questi governi dittatoriali. E quando ha provato a liberarsene, si è accorta che fosse ormai troppo tardi. Inoltre – e peggio – ha dato del messaggio originario di Gesù di Nazaret una versione stravolta, trasformando l’invito alla libertà e alla solidarietà in legittimazione della repressione e del disordine costituito. Molti cittadini, conoscendo soltanto questa interpretazione ‘moderata’ e soporifera del vangelo, si sono ritenuti in obbligo morale di rifiutarlo nello stesso momento, e per le stesse ragioni, per cui rifiutavano ideologie autoritarie e reazionarie.

Ecco perché i vescovi italiani, a mio sommesso avviso, farebbero bene a chiarire (con molta maggiore nettezza di quanto è avvenuto sinora) che politici come Salvini e De Luca hanno il diritto di portare avanti i loro progetti, ma laicamente. A vescovi e credenti, poi, il diritto, e prima ancora il dovere, di esprimere i propri giudizi: ma sull’operato effettivo, sul merito delle scelte, non sulle dichiarazioni programmatiche di appartenenza confessionale. Se la telefonata di papa Francesco al neo-sindaco di Messina è vera, bisogna ammettere francamente che è tra le più precipitose, e le meno meditate, del simpatico vescovo di Roma. Egli sa molto meglio di noi tutti che, nel vangelo secondo Matteo, al versetto 21 del capitolo 7, si legge: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.


il 26 Giugno 2018 - 12:47