Tasse, Italia ai primi posti Fisco e sviluppo, che fare?


il 03 Luglio 2018 - 06:10

DIRITTI E DOVERI

Tasse, Italia ai primi posti
Fisco e sviluppo, che fare?

Un ruolo importante per abbassare la pressione fiscale potrebbe essere giocato dalle Regioni.

È largamente diffusa l’opinione che per superare le crisi dei sistemi economici sia indispensabile sollecitare l’imprenditorialità ed i consumi, la crescita del reddito e dell’occupazione e l’attrazione di investimenti attraverso l’alleggerimento della pressione fiscale, ed in particolare del cd cuneo fiscale (la differenza fra il costo del lavoro per l’impresa e il salario netto del lavoratore).

Basti pensare al notissimo caso dell’Irlanda, che grazie ad una aggressiva politica fiscale ha incrementato esponenzialmente attrattività e tassi di sviluppo, ai regimi fiscali di vantaggio di Madeira, dalle Canarie delle Isole dell’Egeo e delle Baleari, che favoriscono lo sviluppo economico e sociale compensando gli svantaggi dell’insularità, alla proliferazione e al successo delle politiche di abbattimento della tassazione e dei dazi attraverso le zone franche e le zone economiche speciali (circa 4.000 in 135 Paesi, che impiegano 68,4 milioni di persone e generano un valore aggiunto derivante dagli scambi di 850 miliardi di dollari, secondo stime della Banca Mondiale), ai consistenti piani di fiscal stimulus varati dalle amministrazioni USA per far fronteggiare le crisi, alla detassazione delle pensioni dei cittadini stranieri che decidono di trasferire la residenza in Portogallo, ai vantaggi fiscali per le imprese previsti in Olanda e a Malta.

L’Italia, invece, secondo i rapporti sulla tassazione della Commissione Europea e dell’OCSE e le relazioni della Corte dei conti, si colloca ai vertici della graduatoria europea per livelli del prelievo e risulta il Paese dell’Unione europea e dell’Ocse con la più alta tassazione sul lavoro e sull’ impresa. Il carico fiscale complessivo sulle imprese (64,8 per cento) eccede di quasi 25 punti l’onere sopportato dagli imprenditori dell’area UE/Ocse, il cuneo fiscale supera di 10 punti quello che si registra mediamente nel resto d’Europa, ed i costi di adempimento degli obblighi tributari pesano per il 55 per cento in più rispetto a quelli richiesti in area euro. Paradossalmente, peraltro, i territori con redditi medi più bassi, espressione di economie più in affanno, sono penalizzati da una pressione fiscale locale più elevata. Le misure di alleggerimento adottate negli ultimi anni hanno ridotto la pressione fiscale di pochi decimi percentuali e, secondo la Corte dei conti, sono state appena avvertite dai contribuenti.

L’inversione di rotta potrebbe partire dalle regioni, che oggi dispongono dei poteri necessari per favorire la creazione di nuove imprese, promuovere la produttività di quelle esistenti e la loro la capacità di innovarsi e competere in mercati più vasti, incentivare assunzioni, attirare capitali di investimento e attività produttive, innescare processi di crescita della produzione e dei redditi, correggere i difetti del sistema produttivo locale, sostenere settori sensibili per lo sviluppo.

Le leggi regionali, infatti, possono autonomamente ridurre le aliquote dell'Irap fino ad azzerarle, disporre deduzioni dalla base imponibile ed applicare aliquote differenziate per settori di attività e per categorie di soggetti passivi, agevolazioni per favorire la fusione o aggregazione di imprese, i processi di innovazione e modernizzazione della produzione, la formazione di alto livello, l’assunzione di personale a tempo indeterminato, la realizzazione di nuovi insediamenti produttivi, i settori produttivi più strategici e promettenti e quelli colpiti da situazioni di grave crisi.

Le regioni possono inoltre manovrare le aliquote Irpef per introdurre agevolazioni a sostegno dell'occupazione e attenuare la pressione fiscale su determinate categorie di popolazione.

I costi di queste manovre, però, non possono essere compensati da trasferimenti statali o comunitari, e quindi devono restare interamente a carico delle regioni, motivo per cui la concreta possibilità di adottare agevolazioni fiscali o ridurre la pressione tributaria è notevolmente condizionata dalla disponibilità di risorse, e quindi dalla capacità di contrastare l'evasione fiscale, e gestire oculatamente le risorse, evitando sprechi ed inefficienze.

Non a caso la Corte dei conti ha rilevato notevoli differenze nella pressione fiscale tra le regioni virtuose e quelle in deficit (soprattutto sanitari), con “divari particolarmente pronunciati”, che comportano una forte differenza di prelievo complessivo (Irap, Irpef, addizionali). Alcune realtà del Mezzogiorno scontano un prelievo pari a 2,5 volte quello minimo che si registra in alcune Regioni del Nord.

In un contesto di grave emergenza finanziaria, inoltre, diventa essenziale concentrare le limitate risorse disponibili in pochi strumenti in grado di conseguire gli obiettivi prefissati.

Tutti i bilanci regionali stanziano ingenti risorse per varie forme di sussidi, sovvenzioni, voucher, buoni servizio e altre misure di sostegno sociale, erogazione tramite bando pubblico di risorse vincolate, finanziamenti e agevolazioni alle imprese. Si tratta però di risorse a basso valore aggiunto, che non si sono rivelate efficienti e comportano complicati passaggi burocratici: vengono prima prelevate e, dopo diversi passaggi tra Stato e Regioni, restituite al contribuente, che per ottenerle deve presentare istanze e subire controlli, e spesso vengono erogate con notevole ritardo.

Queste risorse potrebbero essere sostituite, a costo zero, con specifiche detrazioni dall’addizionale Irpef, riduzioni della pressione fiscale sulle imprese, bonus fiscali di comprovata utilità ed efficacia, strumenti snelli ed efficaci come il credito di imposta nella gestione dei fondi strutturali comunitari.

L’esperienza di paesi come l’Irlanda, il Portogallo, l’Austria, la Grecia, il Belgio, l’Olanda, la Spagna e il Regno Unito, e di enti decentrati come la Catalogna e le Isole Baleari in Spagna, le regioni di Lisbona e Algarve in Portogallo, il Galles e la Scozia dimostra, infatti, che a parità di ammontare gli incentivi fiscali sono più efficaci di quelli finanziari nel modificare le scelte d’investimento, producono l'ampliamento della materia imponibile, favorendo l'emersione spontanea di imprese che operano in nero, e consentono un notevole alleggerimento dei complicati passaggi burocratici: con i bonus fiscali i soldi restano al contribuente (cittadini e imprese), che li spende come crede e li sottrae dall’imposta al momento della dichiarazione dei redditi.


il 03 Luglio 2018 - 06:10