Zia Nina e i morti Quella dolce attesa


il 02 Novembre 2018 - 12:38

Garofalo all'occhiello

Zia Nina e i morti
Quella dolce attesa

Il ricordo di una infanzia perduta.

Zia Nina non era una semplice zia, per noi. Noi eravamo tre fratellini con la fortuna di essere vicinissimi d’età, al punto che eravamo spesso scambiati per gemelli: tre nasi, tre bocche e sei occhi grandi, spalancati sul mondo. Il gioco era il nostro universo abitato; in tre si gioca benissimo, se non si litiga. Zia Nina, poco più che una ragazza, era sempre con noi, ed era anche molto più che una zia: per i giochi era la guida, l’insegnante, l’arbitro, l’allenatore in campo, la fonte sorgiva di quell'acqua straordinaria chiamata fantasia. Non c’era gioco di carte, battaglia navale, dama, scacchi, dadi, domino, o altra trovata di intrattenimento che non avesse in lei il punto di riferimento, l’origine primaria. Sarà stato anche il suo aspetto fisico, a rendercela vicinissima: zia Nina era piccola di statura, quasi un nostro simile. Tre fratellini molto vicini d’età e una sorella un po’ più grande, ma solo all’anagrafe; questa era la nostra fotografia.

Se me ne ricordo, è perché lei ha incarnato gran parte della nostra infanzia. Si giocava continuamente, persino a tavola, a pranzo e a cena. Il momento della frutta era speciale: qualcosa si inventava sempre. Così, un mezzo guscio di noce, se miracolosamente non veniva frantumato dallo schiaccianoci, una volta riempito di mollica di pane e trafitto da uno o due stuzzichini con dei pezzetti di carta, si trasformava in un fantastico veliero; un mandarino poi, sbucciato per benino, poteva trasformarsi in un minuscolo canestro, buono per metterci... non si sa cosa. Ed era quasi sempre destinato a me, chissà perché.

Zia Nina ci raccontava le favole. Ci ha presentato lei le storie e i personaggi con cui si convive inconsciamente per tutta la vita, trasmettendoci il coraggio contro gli orchi, l’amore per gli animali del bosco e la compassione verso i deboli, i fragili e i buoni.

Come una favola, un giorno, ci presentò la morte. Non c’è niente di più verosimile del contenuto delle favole. Ci raccontò di persone che non c’erano più, sparite chissà come in un universo parallelo, misterioso e inquietante, che a volte si ripresentavano portando doni. E nonni, conoscenti, vecchi altri zii si potevano materializzare non solo nei ricordi, ma anche in bellissimi oggetti portati a noi da un luogo lontano e certamente bello, a patto che le nostre coscienze bambine fossero ripulite da crimini, reati minori e monellerie varie. Con l’incedere della notte, bisognava solo addormentarsi, la sera prima del due di novembre, per lasciare che di nascosto quei cari venissero a depositare, indisturbati, ogni sorta di regalie e dolci.

Quella stessa sera zia Nina ce lo ricordò: “questa notte… mamma mia!”. Fummo presi da una paura primordiale e ci coprimmo fin sopra la testa con le coperte rivoltate a doppio, che facessero da scudo. All’alba, al nostro posto si svegliarono piccoli investigatori in pigiama: i piedi nudi non soffrivano per niente il pavimento ghiacciato, ma correvano ansiosi violando il silenzio della prima mattina con il loro frenetico dum-dum-dum-dum. L’attesa era abbondantemente ripagata: in un insieme di trepidazione, concitazione e residui di paura si andavano scovando meraviglie di ogni genere; negli angoli più impensati, negli anfratti più nascosti di casa si trovavano giocattoli, con il nome del destinatario scritto a stampatello, insieme ad un coloratissimo “frutto di martorana”. Lo capii molto tempo dopo: più che gli stessi regali, era magnifica l’attesa, forte il desiderio di farsi cogliere dalla sorpresa, magica e irripetibile l’atmosfera agrodolce della paura mista alla gioia.

La ricerca culminava sul mobile grande del salotto, dove si stagliavano, maestose, tre “pupe di zucchero”: due cavalieri indomiti, per me e mio fratello, ed una nobildonna damascata per mia sorella. Il destino delle “pupe” era segnato: per un po’ rimanevano intatte a mostrare il loro fulgore, ma solo in apparenza, nella loro parte frontale; nei giorni seguenti sul retro si sarebbe aperta una voragine vuota, sempre più ampia, frutto di spezzettamenti, divisioni e mangiucchiate varie. La maestosità ostentata è sempre un’apparenza, perché nasconde un vuoto sottostante, l’assenza di una vera sostanza; persino le “pupe di zucchero” stavano lì ad insegnarcelo, in quel tempo acerbo, a futura memoria.

Il giorno in cui zia Nina, senza avvertirci, sparì dal giro delle nostre tessere del domino e delle carte da gioco, non avevamo ancora finito di essere bambini. Ce lo sussurrò a voce bassa mio padre, suo fratello, che vidi per la prima volta soffocare un pianto secondo lui inopportuno agli occhi dei figli. Lei, anche lei, adesso, era finita lì. Per la prima volta mi chiesi davvero che cosa mai fosse quel mondo fatato, di cui lei stessa ci aveva parlato, dal quale chi non era più con noi poteva venire di nascosto, di notte, per portare giochi, bellezza e gioia. Me lo chiesi soprattutto perché lei, ora, da lì doveva pur tornare, non si poteva essere dimenticata di noi! Quell’anno aspettai come non mai quei primi di novembre: la favola e il suo contenuto verosimile adesso dovevano concretizzarsi.

Quella mattina, al mio risveglio mi parve di sentire la sua voce, ma era solo suggestione. Non era ancora giorno; le tenui luci dell’alba del giorno dei morti si ricordano sempre, perché i risvegli sono sempre precoci. Sul divano del salotto, sotto un cuscino, c’era una scatola di costruzioni: splendido, era quello che avevo desiderato. Ma quando, accanto, vidi che c’era un mandarino di martorana, ebbi un fremito: era la sua firma, non si era scordata di me. Poi, accanto al mandarino, vedemmo che c’era ancora qualcosa: una minuscola fragola. Non capimmo cosa ci stesse a fare, piccola e inopportuna in mezzo ai nostri frutti, fino a quando, con finta meraviglia, non furono i miei genitori a chiederselo e a trovare una logica spiegazione: se ad ognuno di noi piccoli era spettato un frutto di martorana, quella fragola doveva spettare per forza a qualcun altro, forse, chissà, ad un altro bambino in arrivo! E forse sarebbe arrivato a giugno, che è il mese delle fragole.

Era stata certamente zia Nina l’autrice anche di quel presagio augurale, che proveniva da quel suo mondo lontano. Lo aveva fatto come sempre faceva con noi, giocando. E pensai allora che il giorno in cui era andata via, non aveva finito neanche lei di essere bambina.


il 02 Novembre 2018 - 12:38