Il grande Pino Caruso era il papà di tutti


il 09 Marzo 2019 - 10:48

Garofalo all'occhiello

Il grande Pino Caruso
era il papà di tutti

Il ricordo del grande attore da parte di chi lo ha amato.

Dobbiamo andare tutti a salutarlo, adesso, per l’ultima volta. È morto qualcuno che è come un nostro parente, un parente di tutti. Dunque dobbiamo andare a vederlo un’ultima volta ancora, come si conviene, come facciamo tutte le volte che un nostro caro se ne va, sentendo che si sta portando via anche qualcosa di noi.

Pino Caruso ha fatto parte della nostra vita. A modo suo, un po’ da maestro, un po’ da attore, un po’ da poeta. Da inventore, forse, se è vero che chi frequenta un’arte vera è un cercatore d’oro che, trovandolo, lo offre agli altri impreziosendolo e rigenerandolo. Dunque, inventando.

Un’Italia in bianco e nero è quella che lo ha visto nascere e soffrire. Chissà perché spesso, prima di diventare grandi, si deve soffrire molto. Fame, stenti, miseria. Forse perché si ha l’opportunità di vivere in un’umanità diversa, più concreta, fatta di terra, dunque fatta anche di cielo. Una volta raccontò che con pochi spiccioli in tasca – ottantacinque lire – sarebbe dovuto andare ad un appuntamento importante. Gliene mancavano quindici per poter prendere un mezzo, l’appuntamento era piuttosto distante. Non sapendo a chi chiedere, si rivolse ad un mendicante, uno che stava forse anche peggio di lui, ma che certamente l’avrebbe compreso meglio di chiunque altro. In un assoluto paradosso gli chiese in prestito quindici lire. Il mendicante tirò fuori dai suoi stracci un ventino; lui fece per dargli il resto di cinque lire ma quello lo fermò subito: “Tieni, tieni pure. Non si può sapere mai”.

Un’Italia in bianco e nero è quella che lo accolse bene, anzi benissimo, dopo gli anni dell’indigenza. Un’Italia fatta da gente come lui, come mio padre, i miei zii, gli amici di famiglia. Anche lui era uno di famiglia. Palermo l’aveva dentro, come tutti noi, ma ne stava lontano, un po’ per lavoro, un po’ per necessità. Forse, un po’ anche per scelta, come chi ama tanto un luogo da non sopportarne la distruzione, specie quando è assecondata dall’insipienza e dalla stupidità. Una bellezza mortificata, ferita a morte; ecco ciò che pensava della sua città, forse. Ed era un pensiero insopportabile, per lui come per mio padre e per i miei zii. E per noi, adesso.

Pino è stato davvero un maestro. Ha raffigurato un personaggio tanto comune, dalle nostre parti, da essere assolutamente originale. Ha impersonato tutto lo snob sagace e tagliente del palermitano vero, quello che pensa prima di parlare, quello che non conosce volgarità. Perché magari ci voleva anche la comicità palermitanissima, ridanciana e solare, di Franco e Ciccio; ma l’arguzia e la finezza liberty di pensiero e di osservazione dovevano pur essere interpretate, per restituire al mondo un’immagine davvero completa di un palermitano. Da palermitano vero, ad esempio, amava Catania e i suoi figli. Altro che derby col morto.

Immagino noi, che entriamo sommessamente nella stanza dove si trova, in questo momento. Chissà perché, penso che lui stesso, vedendosi “cunzato”, cercherebbe un’espressione qualunque, forse uno delle sue solite massime, per farci sorridere. “Sono nato a mia insaputa. Perché dovrei morire sapendolo?” Esistere, per lui, ma anche per noi, è sempre stato un enorme punto interrogativo, che nemmeno la conoscenza scientifica o filosofica sarebbero e saranno mai capaci di dirimere. Ci scherzava sopra, non potendo raggiungere l’irraggiungibile: “È come se Leonardo fosse stato ucciso perché sapeva troppo. C’è qualcosa di mafioso nel mistero dell’esistenza!”

Pino ha ingaggiato una perenne lotta con Dio. Lo ha cercato tanto da stancarsi; si è stancato tanto da non ammettere mai di essere stanco di cercare. “Dio mi ha fatto imperfetto e mortale. Permettete che sia almeno un po’ seccato?” Noi siamo in silenzio davanti a lui, inanime. Pensiamo tutti che, adesso, lui ha la risposta alla domanda che ci poniamo da sempre, da quando nasciamo. Ma glissiamo il pensiero, cerchiamo ancora di frugare fra i ricordi che ci legano a lui, non sopportiamo l’idea di doverci intristire: a lui non piacerebbe. Quindi sorridiamo, e non piangiamo. Ce l’ha insegnato lui: “non avere il senso dell’umorismo non è da persone serie”.

Non abbiamo gli occhiali scuri, quelli che nascondono occhi rossi di pianto e occhi che non riescono a piangere. Non abbiamo la falsità di chi è lì, davanti a lui, per un dovere di etichetta. Siamo lì, piuttosto, per un dovere civile e per un piacere morale: quello che ci impone di stare accanto a chi riesce ad insegnare senza volerlo, per il solo fatto di esserci, o di esserci stato, perché adesso non c’è più.

E Dio. Sì, Dio; lui chissà se ci credeva. O forse credeva di non crederci. Ma Dio ha creduto in lui, se ce l’ha offerto in dono gratuitamente perché riuscisse a farci crescere e pensare divertendoci. Dio è fatto così.

 

 


il 09 Marzo 2019 - 10:48